Haiku dell’alhambra

Cinque sensi

nei giardini dell’Alcazar

in questa mattina.

 

L’udito evocato

dalle fontane

disseminate nel verde.

 

Il tatto sollecitato

nelle foglie

delle piante.

 

Il gusto è appagato

dalle succose

gialle arance.

 

La vista si rallegra

nel vedere delle foglie

nel giardino.

 

La vista si colora

del lilla dei fiori

arrampicati sul muro.

 

Dall’Alcazaba

domina lo sguardo

sulla splendida Granada.

 

Gli stucchi paiono

ricavi sulla pietra

bianca della volta.

 

Versi di poesie

e preghiere sui muri

delle stanze signorili.

 

La sala del trono

è nella penombra.

Maestosa semplicità.

 

Frammenti di Persia

Egitto, Siria racchiusi

nell’Alhambra.

 

Diciottomila alberi

curati giornalmente

tramandano secoli di storia.

Annunci

Una storia realmente inventata.

Quello che leggerete è un incipit di una storia. Per lo scritto numero 250 mi piacerebbe che chi legge questo blog lo continuasse.

L’idea è di Ludmilla lo scritto è mio. Vi ringrazio per la lettura e la partecipazione. L’incipit sarà forse prolisso.

Scrivete pure nei commenti la vostra continuazione.

Grazie.

La verità è che abbiamo paura. Almeno la abbiamo avuta fino a stasera. Posso dirti cose che magari già sai ma che mi fa piacere che tu le senta dalla mia voce?  Mi ricordo della prima volta che ci siamo incontrati. Quando io ero Executive chef a Richmond e tu sei entrata trafelata e hai chiesto di poter mangiare qualcosa di semplice. E io sapevo già che eri Francese, quella stupenda inflessione e il rotacismo certo e io ho subito pensato che fossi bellissima e tu lo sapevi. Poi passò del tempo e quando ci rivedemmo eravamo vicini a Natale e tu mi chiedesti se mi sarebbe piaciuto passare il Natale con te a Bordeaux. Prima c’erano state altre parole, altre uscite e io forse non ero pronto a capire di poterti piacere.

E poi come scordarmi di quel vestito azzurro? Di tuo padre e soprattutto di Gilles. Allora la tua si chiama protezione.  Eppure il ricordo del tuo cane del nostro camminare a piedi nudi e del fatto che devi ammette che sono due anni che ci rincorriamo e forse le nostre paure sono solo ombre.

LudiLud Ombre…come quelle degli alberi dalle centomila braccia che il vento fa rincorrere sul terreno; come quella sera in cui ti divertivi a saltarle pensando che non ti prendessero ed io morivo dal freddo e dalla paura. Ricordo ancora il tepore della tua maglia ed il calore del tuo abbraccio quando ti voltasti per guardare se giocavo ad evitarle anch’io.

mimi Quella sera eri come un guerriero, il tuo abbraccio un mantello. Quella sera le ombre del bosco si mutarono in sospiri, il canto del gufo, d’improvviso vicino, sembrava chiamarci, ti ricordi? Sorridevi quando mi prendesti per mano…ed era come se vedessi il tuo sorriso per la prima volta. Ed ora dove sei, mio chef? Dove sono le tue mani?

Te l’ho sentito dire

Te l’ho sentito dire che

ma non con queste orecchie

ma forse poi non eri tu

ed io chi ero?

Te l’ho sentito dire che

ma forse erano parole

di mal di gola e tosse

eppure

te l’ho sentito dire che

no niente di originale

mentre ti stavi per addormentare

ed io forse avevo mezza idea di volerti

non farmi finire che è volgare

te l’ho  sentito dire che

mentre l’alba era lontana

e il treno merci sferragliava

e una sirena ululava

te l’ho sentito dire che

mentre eravamo vicini

più che vicini combacianti

i nostri corpi come son fatti

nudi, non fintamente addobbati

dei vestiti della quotidianità

e questa mia mente febbricitante

realmente come sta?

Te l’ho sentito dire che

mentre si costruivano i castelli dei miei pensieri

che punteggiano la Loira

della mia solitudine.

 

 

 

Lettera a Julio. (Cortázar)

Ciao Julio.

Questa è la prima lettera che ti scrivo e prometto che te la spedirò.

Sai la prima cosa che ho letto di tuo è stata una poesia che si intitola “Restituzione”. La cosa che più mi ha toccato è stata la delicatezza e la crudeltà di cui è permeata. Dovrei spiegarmi meglio? Dai cercherò nella prossima di farlo.

Ti dico solo che questo ha creato in me il desiderio di leggere qualcosa di più, perché già mi sembrava di conoscerti. Ho cominciato con Papeles inesperados in spagnolo. Per due ragioni la prima è che in tutte le altre lingue sono presenti solo alcuni tuoi scritti. E poi io amo profondamente lo spagnolo quanto il francese. Ogni pagina che leggevo pensavo: “che meraviglia”. Sai però cosa? Io credo sempre più convintamente che le poesia vadano lette a voce alta. Lette dal poeta intendo. Io e un gruppo di amici lo facciamo qui a Londra aiutati dal fatto che a Londra ci sono rimasti pochi inglesi. Nota però che tutti quelli che conosco io parlano almeno un’altra lingua. Magari ti chiedi il perché di questa mia opinione. Le persone leggono poca poesia. Penso sia dovuto al fatto che serva empatia che a sua volta richiede tempo e ascolto. C’è questa slam poetry che a me sembra il modo per rilegarsi al passato rivolgendosi anche però al futuro.

Penso verrò a Parigi a trovarti. E’ molto tempo che non ci torno ma sarebbe appunto anche per venirti a porre i miei omaggi. Già tu sei morto. Anche se da quello che hai scritto questa è solo un’impressione. Qualcuno diceva che ci sono scrittori morti ancora vivi e scrittori vivi che sono già morti. Ecco tu sei molto vivo. Mi stai insegnando cose che io non sapevo prima e la cosa più importante mi insegni a guardare il mondo in maniera differente. Poi ti spiegherò meglio. Lo so è la seconda. Ma ci sarà sicuramente una seconda lettera prima di venirti a trovare.

Ho pensato di pubblicare questa serie di lettere così da condividere con altri la tua conoscenza.

Ah sappi che ho letto Rayuela. Vedi? La seconda lettera è necessaria.

Un saluto fratello, amico, maestro.

Il fuoco. Racconto di una fine. (da una foto di Sebastião Salgado)

Questa sacca che porto con me mi distingue dagli altri. Certo, come potete notare anche gli altri portano sacche. Dunque cosa mi distingue dagli altri?

La mai sacca contiene il fuoco. Era profondo questo fuoco ho dovuto scavare molto e dormire, mangiare, pensare molto poco. Ho terra ovunque. Nominate un posto e lì io, nel posto da voi nominato ho terra.

A guardarci dall’alto sembriamo tutti uguali correndo, avanzando sempre più in alto tra questi scaloni di terra nera che generazioni prima di noi hanno creato. La determinazione della disperazione potrete pensare voi. No miei cari è il fuoco che ci muove. Il fuoco dentro queste sacche che insieme al nostro peso dobbiamo portare alla luce. Lì il fuoco risplende. E io so che risponde per me. Questo che porto in superficie oggi è un fuoco più splendente di altri. Più splendente degli altri. E così mi affanno saltando scalone dopo scalone e no, i miei piedi non mi tradiranno perché s’appigliano al terreno per dare la spinta e non si feriscono abituati come sono a camminare sulla nuda terra.

Non posso rallentare perché potrei perdere la vena che ho trovato è la mia vena una vena che appartiene al mio corpo, alle mie mani, certo dovrò combattere, lo so. Ricordo quella volta in cui due scavatori lottarono per aggiudicarsi una vena importante. Quello più magro non aveva potuto niente e l’aveva persa e insieme a quella aveva perso i suoi denti. Il suo sangue mischiato con la terra e i suoi occhi neri lucidi era solo sfiancato non abbattuto. Mi muovo tra centinaia di scavatori cercando il percorso più libero più veloce mi sembra che manchi sempre troppo di essere ancora troppo a fondo che gli altri già si siano accorti della mia vena, che qualcuno la utilizzi. Quindi su piedi spingete, braccia reggete e tu cuore pompa sangue ai muscoli, più veloce, più veloce.

So che voi avete pietà di me, ma non è di questo che ho bisogno. Dovrei spiegarvi del fuoco che brucia dentro ognuno di noi e che si trova poi nella terra a grandi profondità, con grandi sacrifici, questa è la sola realtà che io conosca e con il pensiero del fuoco il mio giorno inizia e finisce. E anche la mia vita credo ma sapete io avrò lasciato il fuoco che verrà da tutti ricordato, e io con lui.